| - Appena torniamo in città, mi obbligherai ad andare da uno psicologo, vero? E probabilmente inizierai a venire a casa mia per assicurarti che non salti i pasti, eh?- Dave era coricato sul letto e Elias gli stava accovacciato sopra, poggiando la testa sopra il petto, a sinistra, dove c’è il cuore, dell’ batterista. - Non lo so, forse sì, forse no, dipende da te. Anzi, mi devi promettere due cose. Allora, primo, da qui a un anno, devi prendere almeno cinque chili. E secondo, ma molto più importante, li ho visti i tagli sulle gambe, devi assolutamente giurarmi che non lo rifarai mai, mai, e poi mai più. Me lo prometti vero?- Chiese Dave, e cercò la mano del biondo con la propria. - Non ti piace abbracciare un mucchietto di ossa? Ma cosa sono io? Ossa, ossa intere, ossa frantumate, brandelli di carni, goccie di sangue. Oh, te lo prometto, lo giuro, lo giuro, ma tu dovrai aiutarmi, starmi vicino, e non smettere di amarmi.- Gli rispose il cantante, guardandolo fisso. Inghiottendo saggezza e amarezza e cioccolata. - No, tu non sei assolutamente un mucchietto di ossa. Gli scheletri non hanno labbra così soffici, gli scheletri non hanno occhi così puri. E t’amo, t’amo, t’amo! Ora però prepariamoci per stasera, metti che a qualcuno venga in mente di controllare cosa stiamo facendo.- Lo baciò, un bacio breve, fugace, ma trasmise una marea di parole. Dave si alzò e aprì la valigia, dentro camicie, t-shirt, jeans, pantaloni, erano ripiegati con massimo ordine. Elias storse il naso, lui era caotico e si sentiva meglio nel disordine, il suo era un disordine ordinato, perché era voluto e non accidentale. - Non ci pensare nemmeno, stasera ti vesto io, e non elegante. Allora, pantaloni di velluto neri, questa maglietta rossa, e quelle scarpe un po’ rovinate là.- Disse il cantante avvicinandosi alla porta. – Hey…- - Sì?- Domandò Dave alzando lo sguardo dalla valigia. - Ti amo.- Elias richiuse l’uscio con un sorriso che gli illuminava il volto. Corinna era bella, si ripeteva Rob osservandola mentre percorrevano a piedi il tratto di strada che portava al centro del paese. Ancheggiava leggermente, non osava oltre. Indossava un corto vestito di seta bianco, sopra c’erano stampate delle gradevoli roselline rosse, per riscaldarsi aveva poggiato sopra le morbide spalle uno scialle di lana rosso, e per completare portava delle ballerine bianche con un fiocco carminio sopra. Era semplicemente deliziosa, pensava Rob, con i capelli raccolti sopra la testa. Ma lui non era da meno, con la sua salopette chiara di jeans, e il suo maglioncino viola, sempre in tinta con le scarpe e i capelli. Eric invece quella serata sembrava eternamente con la testa fra le nuvole, però distribuiva sorrisi sinceri a chiunque gli rivolgesse la parola. La piazza del paese era illuminata a giorno, festoni colorati partivano dal centro e terminavano ai lati, la grande fontana centrale creava magnifici giochi d’acqua, pure la luce, data da innumerevoli faretti colorati, si dissetava in un miraggio di riflessi e controluci, delle bancarelle erano circondate da piccole folle, c’era lo zucchero filato, i dolci di ogni tipo e colore, dei quadri rappresentati deliziosi paesaggi, una bancarella di vestiti usati, e poi la lotteria, e un banco proprio dell’ambulatorio. Anna Lou, Alejo, e una ragazza sconosciuta fecero segno a Eric di raggiungerli dietro il tavolo di legno. Dopo un po’ di presentamenti, scoprirono che la ragazza si chiamava Darcy, aveva ventitrè anni, e capirono subito che era innamorata follemente di Eric. Era molto carina, con la pelle scura, grandi labbra appena lucide, con boccolosi capelli castani, le lentiggini, gli occhi nocciola. Aveva le mani piccole, perfettamente curate, con unghie nere dalle punte lunghe. Portava dei pantaloni di jeans a vita bassa, sulla pelle si riusciva ad intravedere un tatuaggio, un drago, forse, aveva un top leopardato di una stoffa sottile. Eric non la calcolava nemmeno, e lei d’apprima tentava di sorridere, poi, abbattuta, andò a casa. Rob e Corinna si dileguarono, probabilmente verso il banco dello zucchero filato, dolce, di mille colori pastello, rosa, bianco, azzurro, ma anche quello violetto dei mirtilli, quello arancione delle pesche, quello verdino della menta. Il fotografo si sedette di fianco a Alejo, tirò fuori dalla tracolla il computer portatile, lo collegò al generatore e attese che si accendesse. Scovò subito la cartella con le ultime foto, saltò con noncuranza quelle della notte prima, quelle dei particolare dell’atmosfera, e facendo avvicinare Alejo, gli mostrò i suoi scatti dell’ospedale. Il ragazzino appena vide Elias fotografato a petto nudo, truccato come se fosse morto, steso su quel maledettissimo lettino gelato metallico, arrossì di colpo. Lo stesso accadde con tutte le altre, soprattutto quelle che raffiguaravano il cantante. - Allora, quali ti piacciono di più, quelle al rifugio, o quelle nell’ospedale?- Chiese il batterista, poi fece notare a con un cenno ad Elias che probabilmente Alejo suonava qualche strumento a corde. - Beh, mi piacciono molto tutte e due, però quello nella morgue mi sembra più coerente con i testi delle canzoni, con la band in generale.- Rispose Alejo guardandosi le scarpe, era il ritratto della timidezza, pensò Elias, voleva proprio immaginarselo ad un loro concerto, magari uno di quelli più trasgressivi, uno di quelli che finiva con Rob nudo, e lui coricato allusivamente sopra il piano, strumento utilizzato sempre per l’ultima canzone. Oppure ad uno, generalmente in piccoli borghi, che terminava con una maxirissa tra band e roadie contro la sicurezza, i fan si schieravano sempre con i loto idoli ed ura una scena buffissima, a Elias gli sarebbe piaciuto molto vederla da spettatore esterno, ma ciò non era possibile.
- Suoni in qualche band?- Gli domandò il biondo. Il ragazzino con i capelli azzurri annuì, era così agitato, era la prima volta che gli rivolgeva una questione. - Facciamo pezzi originali che scrivo io, e poi qualche vostra cover, però – Si guardò le mani. – Io non suono la chitarra, come potrebbe sembrare, sono un violinista, e poi c’è un pianista, che canta pure, poi le chitarre elettriche, ritmica e solista e la batteria. Mischiamo suoni nuovi a opere. Però i gestori dei locali dove elemosiniamo concerti non ci considerano nemmeno, non siamo abbastanza alla moda.- - Prova ad inviarmi qualche demo, okay? Vedrò quello che posso fare, da come ne parli deve essere una cosa piuttosto, come dire, intelletuale, tipo entrare uno alla volta in sale registrazioni e poi pubblicare il CD, venire amabilmente ignorati dalla critica e continuare così fino alla terza età, magari mantenendo una cattedra d’arte o letteratura. Ti do il mio indirizzo…- Gli rispose Elias cercando in una tasca un foglio. Scrisse l’indirizzo di casa, piegò il pezzetto di carte e lo consegno ad Aleyo. Il ragazzo stava armeggiando con un registratore. Era curvo ed appariva così scarno, così piccolo, avrà avuto si e no sedici anni. Tutti a quell’età suonano in una band. Una musica lenta, ansimante e ultraterrena partì, era qualcosa di magico, di inaudito, poi si bloccò di colpo, note di violino, leggeri colpi di batteria, una chitarra accompagnava il tutto, sempre tre note, alternandole, esasperandole, sempre tre fottute note dalla chitarra ritmica, accompagnavano tutta la composizione, sempre tre note, poi assoli di piano e ancora il violino seguito costantemente dalla batteria e la chitarra solista, strappata la grazia delle chitarre classiche, oppure di quelle folk, diamine, era graffiante, un urlo disperato, viscerale, qualcosa di maniacale, con un crescendo, tipo da poliziesco. E la voce giungeva, liscia, sottile, non sensuale, non roca, non brillante, non allegra, triste, infantile, accompagnava lei le note, non era il contrario, quella voce fungeva da musica, e gli strumenti da voce. Era una musica complicata. Elias aveva indovinato l’aggettivo adatto. Era una musica intellettuale. - Ti è piaciuta? Mi son ricordato di averla registrata qualche settimana fa.- Affermò il giovane ragazzo, attendendo con timore il giudizio, come né fosse dipesa la sua vita. - E’ così bella, sofisticata, e delicata. Sei sicuro di voler farla conoscere al grande pubblico? Io sono molto egoista, suonassi in una band del genere, la mia musica la conserverei gelosamente, come un fiore unico e prezioso, per non farlo sciupare da critici e manager da strapazzo, per tenerlo celato all’umanità. Bruce Wayne non rivela di essere Batman.- Concluse il biondo, salutò Anna Lou e Alejo, disse ad Eric che loro due si dirigevano già verso la baita, e letteralmente trascinò Dave verso un vicoletto, la pesante pietra di cui erano costruite le pareti riflettevano fuori tutta l’umidità fredda, quella che ti entra ne le ossa, e le senti cigolare. Elias afferrò la mano di Dave, incrociando le dita alle sue piegò il braccio, baciò ogni nocca del batterista, che intanto arrossiva e gli passava un braccio sulle spalle. Arrivarono dopo poco alla baita, sotto un vaso di margherite gialle c’era la chiave dei locali. - Sei stanco?- Chiese Dave, si era tolto il maglione, rimanendo in maglietta. - Molto, vado a coricarmi, vieni di là, chiaccheriamo un po’.- Rispose Elias. Svelto si era cambiato gli abiti, ora indossava dei pantaloni da pigiama a righine grigie e nere e una t-shirt bianca di una famosa squadra di basket americana, era a piedi nudi e aveva i capelli in disordine. Si coricò sul letto che condivideva con il fotografo. La abat-jour illuminava soffusamente la stanza, rendendo rossicci i capelli del cantante, sfumando la pelle in caldi colori, ma evidenziando le scure occhiai che gli conferivano un’aria vissuta, saggia, stanca e lo facevano sembrare molto più vecchio. - Ieri avete fatto l’amore, te ed Eric, l’ho sentito quando ha detto che per rispetto nei nostri confronti dovevate andarvene in un'altra stanza. E’ stato un bel gesto. – Non c’era riprovero, nel tono di voce di Dave, non c’era ansia, né gelosia, né disgusto. Era una semplice affermazione, come se avesse detto che il prezzo del petrolio è caro. - David Jacòme Morales, non puoi dire questo, io con lui ho fatto sesso, puro divertimento, non l’amore. Senti le parole, fare l’amore, dimostrare l’amore, c’è sentimento, sono due destini incrociati molto più che fisicamente. Invece io ho fatto sesso, cosa insignificante, puoi farlo con chiunque basta che sia consenziente, non serve provare nulla, non serve dire ti amo durante l’orgasmo. E’diverso.- Precisò con calma Elias, si era tirato le coperte fino al mento, faceva così freddo. - A Millie non le ho mai detto ti amo.- Sussurrò il batterista. Millie era una ragazza esile, magra e bassa, dai grandi e acquosi occhi azzurri un po’ persi, mai maliziosi o cattivi, con i capelli lunghi fino alla schiena, lisci, biondo chiaro, vestiva esclusivamente di bianco e bazzicava sempre nei mercatini dell’usato, sembrava una diva anni trenta. Era da un anno che lei e Dave facevano coppia fissa, però non si scambiavano mai tenerezze, né baci né carezze. Millie ospitava lui in casa, e riceveva in cambio del sesso. – Anzi, sua sorella si trasferisce da lei, e mi ha cacciato di casa. Prima di partire mi ha detto che al mio ritorno mi concedeva due giorni per portare via tutte le mie cose, mi aiuti a trovare una sistemazione?- - Vieni a vivere da me, no? Sarebbe bellissimo, come prima, quando le giornate trascorrevano tra la scuola, le prove in garage e le gare con le moto di notte, quelle dove mi proibivate di guidare, io potevo sono sedermi sul muretto a sperare che mio fratello ti stracciasse.- Elias sorrise a labbra strette, socchiudendo gli occhi. - Vedremo, mi piacerebbe tantissimo. Però ora sento che gli altri sono alla porta, sarà meglio che io vada a letto, domani dovrò guidare la macchina fino a sera.- Dave si sporse, per baciare sulle labbra il biondino. |