Music is All you need !<3  ....

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Il Periodo Viola dell’Amore
Lils
view post Posted on 30/7/2008, 22:24Quote

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Lils
view post Posted on 31/7/2008, 14:53Quote

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- Appena torniamo in città, mi obbligherai ad andare da uno psicologo, vero? E probabilmente inizierai a venire a casa mia per assicurarti che non salti i pasti, eh?- Dave era coricato sul letto e Elias gli stava accovacciato sopra, poggiando la testa sopra il petto, a sinistra, dove c’è il cuore, dell’ batterista.
- Non lo so, forse sì, forse no, dipende da te. Anzi, mi devi promettere due cose. Allora, primo, da qui a un anno, devi prendere almeno cinque chili. E secondo, ma molto più importante, li ho visti i tagli sulle gambe, devi assolutamente giurarmi che non lo rifarai mai, mai, e poi mai più. Me lo prometti vero?- Chiese Dave, e cercò la mano del biondo con la propria.
- Non ti piace abbracciare un mucchietto di ossa? Ma cosa sono io? Ossa, ossa intere, ossa frantumate, brandelli di carni, goccie di sangue. Oh, te lo prometto, lo giuro, lo giuro, ma tu dovrai aiutarmi, starmi vicino, e non smettere di amarmi.- Gli rispose il cantante, guardandolo fisso. Inghiottendo saggezza e amarezza e cioccolata.
- No, tu non sei assolutamente un mucchietto di ossa. Gli scheletri non hanno labbra così soffici, gli scheletri non hanno occhi così puri. E t’amo, t’amo, t’amo! Ora però prepariamoci per stasera, metti che a qualcuno venga in mente di controllare cosa stiamo facendo.- Lo baciò, un bacio breve, fugace, ma trasmise una marea di parole.
Dave si alzò e aprì la valigia, dentro camicie, t-shirt, jeans, pantaloni, erano ripiegati con massimo ordine. Elias storse il naso, lui era caotico e si sentiva meglio nel disordine, il suo era un disordine ordinato, perché era voluto e non accidentale.
- Non ci pensare nemmeno, stasera ti vesto io, e non elegante. Allora, pantaloni di velluto neri, questa maglietta rossa, e quelle scarpe un po’ rovinate là.- Disse il cantante avvicinandosi alla porta. – Hey…-
- Sì?- Domandò Dave alzando lo sguardo dalla valigia.
- Ti amo.- Elias richiuse l’uscio con un sorriso che gli illuminava il volto.
Corinna era bella, si ripeteva Rob osservandola mentre percorrevano a piedi il tratto di strada che portava al centro del paese. Ancheggiava leggermente, non osava oltre. Indossava un corto vestito di seta bianco, sopra c’erano stampate delle gradevoli roselline rosse, per riscaldarsi aveva poggiato sopra le morbide spalle uno scialle di lana rosso, e per completare portava delle ballerine bianche con un fiocco carminio sopra. Era semplicemente deliziosa, pensava Rob, con i capelli raccolti sopra la testa. Ma lui non era da meno, con la sua salopette chiara di jeans, e il suo maglioncino viola, sempre in tinta con le scarpe e i capelli. Eric invece quella serata sembrava eternamente con la testa fra le nuvole, però distribuiva sorrisi sinceri a chiunque gli rivolgesse la parola.
La piazza del paese era illuminata a giorno, festoni colorati partivano dal centro e terminavano ai lati, la grande fontana centrale creava magnifici giochi d’acqua, pure la luce, data da innumerevoli faretti colorati, si dissetava in un miraggio di riflessi e controluci, delle bancarelle erano circondate da piccole folle, c’era lo zucchero filato, i dolci di ogni tipo e colore, dei quadri rappresentati deliziosi paesaggi, una bancarella di vestiti usati, e poi la lotteria, e un banco proprio dell’ambulatorio.
Anna Lou, Alejo, e una ragazza sconosciuta fecero segno a Eric di raggiungerli dietro il tavolo di legno. Dopo un po’ di presentamenti, scoprirono che la ragazza si chiamava Darcy, aveva ventitrè anni, e capirono subito che era innamorata follemente di Eric. Era molto carina, con la pelle scura, grandi labbra appena lucide, con boccolosi capelli castani, le lentiggini, gli occhi nocciola. Aveva le mani piccole, perfettamente curate, con unghie nere dalle punte lunghe.
Portava dei pantaloni di jeans a vita bassa, sulla pelle si riusciva ad intravedere un tatuaggio, un drago, forse, aveva un top leopardato di una stoffa sottile. Eric non la calcolava nemmeno, e lei d’apprima tentava di sorridere, poi, abbattuta, andò a casa.
Rob e Corinna si dileguarono, probabilmente verso il banco dello zucchero filato, dolce, di mille colori pastello, rosa, bianco, azzurro, ma anche quello violetto dei mirtilli, quello arancione delle pesche, quello verdino della menta.
Il fotografo si sedette di fianco a Alejo, tirò fuori dalla tracolla il computer portatile, lo collegò al generatore e attese che si accendesse. Scovò subito la cartella con le ultime foto, saltò con noncuranza quelle della notte prima, quelle dei particolare dell’atmosfera, e facendo avvicinare Alejo, gli mostrò i suoi scatti dell’ospedale.
Il ragazzino appena vide Elias fotografato a petto nudo, truccato come se fosse morto, steso su quel maledettissimo lettino gelato metallico, arrossì di colpo. Lo stesso accadde con tutte le altre, soprattutto quelle che raffiguaravano il cantante.
- Allora, quali ti piacciono di più, quelle al rifugio, o quelle nell’ospedale?- Chiese il batterista, poi fece notare a con un cenno ad Elias che probabilmente Alejo suonava qualche strumento a corde.
- Beh, mi piacciono molto tutte e due, però quello nella morgue mi sembra più coerente con i testi delle canzoni, con la band in generale.- Rispose Alejo guardandosi le scarpe, era il ritratto della timidezza, pensò Elias, voleva proprio immaginarselo ad un loro concerto, magari uno di quelli più trasgressivi, uno di quelli che finiva con Rob nudo, e lui coricato allusivamente sopra il piano, strumento utilizzato sempre per l’ultima canzone. Oppure ad uno, generalmente in piccoli borghi, che terminava con una maxirissa tra band e roadie contro la sicurezza, i fan si schieravano sempre con i loto idoli ed ura una scena buffissima, a Elias gli sarebbe piaciuto molto vederla da spettatore esterno, ma ciò non era possibile.

- Suoni in qualche band?- Gli domandò il biondo. Il ragazzino con i capelli azzurri annuì, era così agitato, era la prima volta che gli rivolgeva una questione.
- Facciamo pezzi originali che scrivo io, e poi qualche vostra cover, però – Si guardò le mani. – Io non suono la chitarra, come potrebbe sembrare, sono un violinista, e poi c’è un pianista, che canta pure, poi le chitarre elettriche, ritmica e solista e la batteria. Mischiamo suoni nuovi a opere. Però i gestori dei locali dove elemosiniamo concerti non ci considerano nemmeno, non siamo abbastanza alla moda.-
- Prova ad inviarmi qualche demo, okay? Vedrò quello che posso fare, da come ne parli deve essere una cosa piuttosto, come dire, intelletuale, tipo entrare uno alla volta in sale registrazioni e poi pubblicare il CD, venire amabilmente ignorati dalla critica e continuare così fino alla terza età, magari mantenendo una cattedra d’arte o letteratura. Ti do il mio indirizzo…- Gli rispose Elias cercando in una tasca un foglio.
Scrisse l’indirizzo di casa, piegò il pezzetto di carte e lo consegno ad Aleyo. Il ragazzo stava armeggiando con un registratore. Era curvo ed appariva così scarno, così piccolo, avrà avuto si e no sedici anni. Tutti a quell’età suonano in una band.
Una musica lenta, ansimante e ultraterrena partì, era qualcosa di magico, di inaudito, poi si bloccò di colpo, note di violino, leggeri colpi di batteria, una chitarra accompagnava il tutto, sempre tre note, alternandole, esasperandole, sempre tre fottute note dalla chitarra ritmica, accompagnavano tutta la composizione, sempre tre note, poi assoli di piano e ancora il violino seguito costantemente dalla batteria e la chitarra solista, strappata la grazia delle chitarre classiche, oppure di quelle folk, diamine, era graffiante, un urlo disperato, viscerale, qualcosa di maniacale, con un crescendo, tipo da poliziesco. E la voce giungeva, liscia, sottile, non sensuale, non roca, non brillante, non allegra, triste, infantile, accompagnava lei le note, non era il contrario, quella voce fungeva da musica, e gli strumenti da voce. Era una musica complicata. Elias aveva indovinato l’aggettivo adatto. Era una musica intellettuale.
- Ti è piaciuta? Mi son ricordato di averla registrata qualche settimana fa.- Affermò il giovane ragazzo, attendendo con timore il giudizio, come né fosse dipesa la sua vita.
- E’ così bella, sofisticata, e delicata. Sei sicuro di voler farla conoscere al grande pubblico? Io sono molto egoista, suonassi in una band del genere, la mia musica la conserverei gelosamente, come un fiore unico e prezioso, per non farlo sciupare da critici e manager da strapazzo, per tenerlo celato all’umanità. Bruce Wayne non rivela di essere Batman.- Concluse il biondo, salutò Anna Lou e Alejo, disse ad Eric che loro due si dirigevano già verso la baita, e letteralmente trascinò Dave verso un vicoletto, la pesante pietra di cui erano costruite le pareti riflettevano fuori tutta l’umidità fredda, quella che ti entra ne le ossa, e le senti cigolare. Elias afferrò la mano di Dave, incrociando le dita alle sue piegò il braccio, baciò ogni nocca del batterista, che intanto arrossiva e gli passava un braccio sulle spalle. Arrivarono dopo poco alla baita, sotto un vaso di margherite gialle c’era la chiave dei locali.
- Sei stanco?- Chiese Dave, si era tolto il maglione, rimanendo in maglietta.
- Molto, vado a coricarmi, vieni di là, chiaccheriamo un po’.- Rispose Elias. Svelto si era cambiato gli abiti, ora indossava dei pantaloni da pigiama a righine grigie e nere e una t-shirt bianca di una famosa squadra di basket americana, era a piedi nudi e aveva i capelli in disordine. Si coricò sul letto che condivideva con il fotografo. La abat-jour illuminava soffusamente la stanza, rendendo rossicci i capelli del cantante, sfumando la pelle in caldi colori, ma evidenziando le scure occhiai che gli conferivano un’aria vissuta, saggia, stanca e lo facevano sembrare molto più vecchio.
- Ieri avete fatto l’amore, te ed Eric, l’ho sentito quando ha detto che per rispetto nei nostri confronti dovevate andarvene in un'altra stanza. E’ stato un bel gesto. – Non c’era riprovero, nel tono di voce di Dave, non c’era ansia, né gelosia, né disgusto. Era una semplice affermazione, come se avesse detto che il prezzo del petrolio è caro.
- David Jacòme Morales, non puoi dire questo, io con lui ho fatto sesso, puro divertimento, non l’amore. Senti le parole, fare l’amore, dimostrare l’amore, c’è sentimento, sono due destini incrociati molto più che fisicamente. Invece io ho fatto sesso, cosa insignificante, puoi farlo con chiunque basta che sia consenziente, non serve provare nulla, non serve dire ti amo durante l’orgasmo. E’diverso.- Precisò con calma Elias, si era tirato le coperte fino al mento, faceva così freddo.
- A Millie non le ho mai detto ti amo.- Sussurrò il batterista. Millie era una ragazza esile, magra e bassa, dai grandi e acquosi occhi azzurri un po’ persi, mai maliziosi o cattivi, con i capelli lunghi fino alla schiena, lisci, biondo chiaro, vestiva esclusivamente di bianco e bazzicava sempre nei mercatini dell’usato, sembrava una diva anni trenta. Era da un anno che lei e Dave facevano coppia fissa, però non si scambiavano mai tenerezze, né baci né carezze. Millie ospitava lui in casa, e riceveva in cambio del sesso. – Anzi, sua sorella si trasferisce da lei, e mi ha cacciato di casa. Prima di partire mi ha detto che al mio ritorno mi concedeva due giorni per portare via tutte le mie cose, mi aiuti a trovare una sistemazione?-
- Vieni a vivere da me, no? Sarebbe bellissimo, come prima, quando le giornate trascorrevano tra la scuola, le prove in garage e le gare con le moto di notte, quelle dove mi proibivate di guidare, io potevo sono sedermi sul muretto a sperare che mio fratello ti stracciasse.- Elias sorrise a labbra strette, socchiudendo gli occhi.
- Vedremo, mi piacerebbe tantissimo. Però ora sento che gli altri sono alla porta, sarà meglio che io vada a letto, domani dovrò guidare la macchina fino a sera.- Dave si sporse, per baciare sulle labbra il biondino.
 
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view post Posted on 1/8/2008, 17:52Quote
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oddio..cè ero rimasta arretrata di quattro capitoli -.-'
ciemmeqù..sono stupendi *-*
bravissima gine!!
aspetto il seguito!

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Lils
view post Posted on 7/8/2008, 21:25Quote

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Elias era coricato nel letto, fissava arcigno le pagine di un libro, gli piaceva, anche se era troppo onirico, si confondeva la realtà con l’immaginazione, però aveva tanti difetti, si capiva che era stato scritto in due momenti separati, certi punti erano infantili e maliziosi, altri invece molto poetici e più maturi. Certi ragionamenti erano talmente veri e stupefacenti che il biondino tirava fuori un taccuino da sotto il cuscino e li annotava con una matita in stampatello. Eric era entrato in camera, aveva lasciato i vestiti nel suo lussuoso bagno, era completamente nudo. Senza le piega causata dal cappuccio delle felpe, i capelli neri sembravano ancora più lunghi, più lisci, gli arrivavano fino alla schiena, molto sotto le spalle, portava la riga in mezzo. Era alto, abbastanza muscoloso. La pelle chiara, limpida, liscia. Elias si sentiva ripugnato. Non voleva assolutamente ferirlo, però non voleva neppure ferirsi. Eric scostò la coperta leggermente, e gli si accovacciò sopra, baciandogli il collo caldo, dove c’è l’arteria.
- Oggi è il tuo turno. Ieri hai fatto tutto te, e sai muoverti benissimo…- Iniziò a sussurrare mantenendo le sottili labbra sull’arteria pulsante.
- Eric, lasciami in pace, non voglio.- Mormorò Elias rigirandosi nel letto per farlo scostare. Aveva rimuginato profondamente. Gli era servito qualcuno per scaricare la troppa tensione accumulata, magari qualcuno che gli infilasse un coltello nell’anima invece che nel polso. Gli serviva fingersi innamorato. Ma ora aveva riflettuto, capito, accettato che era tutto designato, non sapeva da quando, ma era stato tutto scritto. Non da un qualunque essere superiore, no, nemmeno ci credeva. Da lui e dal caso. Da una professoressa che psicanalizzava i suoi alunni e li spostava di banco in base all’affinità, anche se rischiava di creare coppie rumorose, per lei l’importante era il mettere a proprio agio gli studenti, anche quelli più scalmanati. Da un fratello che aveva ceduto allo sguardo innocente del suo compagno di banco e l’aveva fatto amare ad Elias. Dopo la morte del padre, Tristan si era fattò molto più intraprendente, appena maggiorenne aveva rinchiuso sua madre in una clinica per tossicodipendenti, grazie a delle amicizie nel sistema era riuscito ad avere l’affidamento del fratellino.
Dal fatto che per allevarlo aveva avuto bisogno di Dave, come insegnate privato per Elias, come valvola di sfogo, per correre con le moto, per sentirsi vivo e non fissare troppo gli occhi azzurri del fratello esageratamente amato. Il caso. Coincidenze di date e di fattori genetici e affinità caratteriali. Il caso, un minimo particolare così perfetto e così curioso poteva rivoluzionare tutto. Il caso. Sei lettere ma un significato immenso, che nessun umano senza aiuti chimici, droghe e alcol, poteva formulare.
- Ma come!? No, so che tu lo vuoi.- Continuò Eric riavvicinandosi, sembrava una belva famelica. Il cantante sentì l’impulso selvaggio di fuggire e svegliare tutti.
- Non mi toccare! Ho detto che non voglio! Vai da qualcun altro.- Urlò istericamente Elias, non sapeva come mai sentiva tutti i suoni amplificati, tremendo, e vedeva tutto tremare, orribile, linee rette si incurvavano e aggrovigliavano, le lenzuola gli si avvinghiavano al corpo, lo trattenevano, mentre traballante cercava di fuggire il più lontano possibile. La porta era chiusa a chiave, o forse no, forse le forze lo stavano abbandonando, non riusciva ad aggrapparsi alla maniglia d’ottone, cadeva. Demoni gli ballavano accanto, lo scrollavano e lo trascinavano verso un baratro immaginario creato dalla sua mente da esperienze terrificanti. Il passato riaffioriva, ma non il fratello compianto, ma non i momenti lieti, l’incubo riviveva, e odorava di alcol e violenza e odio. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì sentì gli zigomi bagnati. Eric si inginocchiò davanti a lui, si scusava, a bassa voce, lo sguardo era preoccupato, vergognoso, lo abbracciava e gli asciugava le lacrime disperatamente. Elias era scosso da tremiti, aveva paura, ma non la paura irrazionale di prima, adesso era terrorizzato dalla sua reazione, non riusciva a capacitarsi dell’avvenuto. Cosa era successo? Perché? Perché non lo aveva rifiutato normalmente? Perché quella scenata? Quando sentì la stanchezza risalire dal pavimento e ricoprirlo come una pesante, soffocante, coperta, intercettò lo sguardo di Eric, si scusò e gli disse che non era colpa sua. Uscì dalla stanza. Rob dormiva disteso nel divano, una mano sfiorava col dorso il pavimento, l’altra tratteneva la coperta all’altezza dello stomaco.
Elias superò il salotto e la grande vetrata, la notte abbagliava con le sue stelle maligne e sadiche, bruciavano gli occhi. Il biondo voleva vedere la luna, l’unica finestra che affacciava sul cerchio triste era nella camera degli ospiti.

Dave era coricato sopra le coperte, in modo da non sciuparle e da non rifare il letto la mattina successiva. Indossava un classico pigiama a righe rosso scuro e grigio. I riccioli color nocciola gli incorniciavano il volto, aveva un’espressione leggermente sofferta. Elias camminava felpato per la stanza, non desiderava svegliarlo però passandogli accanto non potè rinunciare a sfiorarlo delicatamente su una guancia.
Le persiane erano aperte, la luce notturna illuminava la stanza sinistramente. La luna era lì, piangente, pallida, timida e malinconica. Così bella, così strana. Incantevole.
Sembrava una bolla di sapone, bianca di luce, magari un tocco l’avrebbe disintegrata.
Elias si sentiva pieno di compassione, per quella luna troppo simile. Lei, che trascorreva pochissimi attimi col sole, ma assieme a lui faceva parte di un quadro meraviglioso. Lei, che era costretta a osservare in silenzio gli orrori del mondo, e non poteva testimoniare, non aveva voce. O forse sì, forse la sua voce era il canto delle balene. Quel straziante urlo che scuoteva gli oceani, trasferendo gli abissi negli animi. Elias si voltò, le palpebre erano pesanti e voleva dormire, però non se la sentiva di passare un’altra notte assieme ad Eric, non lo odiava, non lo disprezzata però l’unica ammirazione che provava nei sui confronti era dovuta all’originalità come fotografo. Si inginocchiò da un lato del letto, appoggiando le braccia conserte sulle coperte e il viso nell’incavo, cullato dal calore che emanava il corpo di Dave e da una strana calma che si era appropiata di lui, si addormentò profondamente. I sogni si rincorrevano e si mischiavano a tormentuosi incubi, la irrealtà era lunare, argentata e malinconica. Profumi esotici e sentori mortali lo scuotevano.
Dave si svegliò di scatto, era convinto di aver fatto un incubo, ma appena cercò di ricordare di che genere, anche le ultime goccie evaporarono. Con la mente libera e vuota si voltò e vide sorpreso Elias addormentato sul pavimento. Prendendolo da sotto le braccia lo trascinò sopra il letto, e sbuffando per doverlo riassettare la mattina dopo, lo coprì con le calde coperte. Sul comodino l’orologio digitale rifletteva nel soffitto bianco l’orario, erano le tre di notte. Elias dormiva con il volto rivolto alla finestra, Dave gli passava le nocche sulle labbra sottile, presto si tinsero di corallo.
Gli era venuta un’improvvisa paura di perderlo, quell’esile angelo biondo e pallido, che ammaliava sul palco e pareva invincibile, ma troppo fragile e sottile, come un sogno incantevole la mattina presto, quando sei già conscio che durerà ancora pochi minuti e poi volerà via, per sempre, per lasciare sulle labbra un sapore dolce, con la mano cercava la fasciatura nel sottile polso sinistro. No, la vita non poteva essere così malvagia con lui, non poteva portargli via le due persone più amate.
Pensò a sua madre Inez, che parlava ancora spagnolo, pensò a suo padre Duarte, che ogni giorno percorreva centinaia di chilometri con un gigantesco camion, pensò a sua sorella Gracia, che pareva felice solo quando Dave la andava a trovare, pensò a suo fratello Enrique, che pareva perennemente disgustato dal fratellino troppo intelligente. Dave non capiva se era giusto oppure no. Forse il bene e il male sono soggettivi. Forse no, e allora la vita di centinaia di persone si complica. Pensò al passato, a quando si erano trasferiti lì dal Messico, pensò alle elementari, lui era il più piccolo della sua classe, aveva iniziato la scuola un’anno prima, ed era straniero, quindi nessuno lo considerava. Pensò al primo giorno delle medie, quando aveva conosciuto un ragazzino dai vistosi riccioli rossi e dai grandi occhi verde foglia, ed erani diventati inseparabili, e passavano interi pomeriggi distesi sull’erba in giardino, all’omba di un acero. E poi verso i tredici anni, quando Dave aveva invitato Tristan a dormire a casa sua, e coricati sotto il letto, il rosso gli aveva confidato il segreto più tremendo. E i concerti proibiti, quando diceva a sua madre che andava a dormire da Tristan, e invece saltavano la scuola, avevano imparato a falsificare le firme, prendevano il treno e andavano ai concerti più attesi. E poi i diciotto anni, gli esami passati con il massimo, le giornata a lavorare al bar e dopo mesi e mesi di extra le moto, e le gare e poi il passato iniziò a mischiarsi con il futuro e il presente era svanito, i discorsi, i suoni, gli odori, la stoffa calda ma ruvida delle coperte si confusero con una nebbiolina assuefante. Si addormentò. Baciando la fronte del biondo si addormentò.


 
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Lils
view post Posted on 11/8/2008, 09:12Quote

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Dormirono tutti fino a tardi, pranzarono alla baita e poi partirono per la città nel primo pomeriggio. Il fuoristrada quel giorno lo guidava Eric. La pioggia batteva sui vetri e produceva un suono rumoroso ma gradevole. Rob e Corinna, seduti sui sedili anteriori, erano abbracciati e si scambiavano tenerezze. L’impianto di riscaldamento non funzionava, o almeno, funzionava solo per il guidatore e i passeggeri davanti. Dave aveva provato a dire al fotografo da dove poteva dipendere il problema dell’aria calda, ma Eric non lo aveva minimamente considerato. Elias aveva tirato fuori un maglione un po’ largo e in alcuni punti smagliato, di un grigio scolorito. Lo faceva sembrare ancora più piccolo e magro. Il volto pallido e scavato era imbronciato, gli occhi erano lucidi e arrossati, Dave lo aveva baciato sulla fronte per sentire se la febbre era molto alta oppure non era c’era nulla da preoccuparsi. Il fotografo inchiodò di botto, facendogli perdere l’equilibrio e facendolo cadere sul tappetino costoso della macchina. Il batterista soffiando come un gatto si tirò faticosamente su, per poi ricadere rovinosamente la curva successiva.
- Che cazzo stai facendo!? Merda, Elias avrà almeno trentanove di febbre e tu ti permetti di fingere di avere l’aria calda rotta? Il prossimo autogrill ci fermiamo. O con le buone, o con le cattive.- Urlò Dave agganciandosi al sedile e richiudendo automaticamente la cintura di sicurezza. Eric guidava ad una velocità pazzesca, stavano seriamente rischiando di fare un incidente, togliendo le mani dal volante ma mantenendo la pressione del piede sull’acceleratore, con noncuranza si accese una sigaretta e fece scomparire dentro la portiera il finestrino con i vetri oscurati. Una folata di vento gelata e perfida si intrufolò nell’abitacolo. Dave svelto si tolse la giacca e la passo a Elias, che manteneva lo sguardo triste e vuoto di prima.
Un cartello segnava l’uscita per l’autogrill, stranamente il fotografo imboccò quella strada, ma non si fermò, con un ghigno pieno di malvagità premette ancora l’acceleratore per uscire dall’aria di servizio. Tempo pochi secondi e Rob, sporgendosi oltre Corinna, raggiunse con le braccia il volante e lo girò il più possibile. L’automobilè ruotò su se stessa e trasversalmente si posizionò in modo sa bloccare l’uscita dall’autogrill, un tizio grasso alla guida di un tir suonò insistentemente il clacson. Eric uscì dalla vettura facendo sbattere la portiera, con un gesto secco aprì il capiente bagagliaio e getto fuori, sull’asfalto, tutte le valigie tranne la propria. Aspettò che i Purple Cat e Corinna uscissero velocemente dalla macchina e afferò la segretaria per un braccio, storcendoglielo leggermente.
- Signorina Browne, domani in ufficio alle otto in punto, oppure le consiglierei di trovarsi un altro lavoro.- La spinse via, lei si massaggiava l’avanbraccio.- E tu, Elias, pensavo che i musicisti fossero pagati bene e non avessero bisogno di fare le puttanelle. Dave, dovevi sentirlo quanto urlava mentre lo prendeva in culo. Cosa ne penserà Enrique? Il suo fratellino studioso che spreca il talento per suonare e che ha una tresca con un cantante!? Non gli starà mica bene. - E richiudendosi in auto ripartì, lasciandoli soli con i bagagli nella stazione di servizio. Elias singhiozzava silenziosamente, il batterista aveva poggiato una borsone sopra un trolley, li stava trasportando verso l’autogrill, si fermò e gli passò un braccio sopra le spalle, sfiorandogli la guancia con le labbra.
- Shh, tranquillo, tranquillo, non è niente, è solo la rabbia di un ragazzo viziato, non gli era mai stato negato nulla prima di adesso. Ora però vediamo di far scendere un po’ questa dannata febbre…- Gli sussurrò sommessamente nell’orecchio.
L’aria viziata e calda li aggredì all’entrata del locale. C’era una lunga coda per i bagni e qualche persona affollava l’area ristoro. Rob era al bar per prendere un caffè. Il barista era un ragazzo con le lenti a contatto bianche e i capelli lunghi blu elettrico con le punte verde acido, aveva le braccia ricoperte da tatuaggi coloratissimi.
- Per caso lavora qui Danielle Rowee?- Gli chiese Rob sorseggiando il caffè bollente.
- Sì, sta pulendo i bagni, ma come fai a conoscerla?- Il ragazzo in blu alzò lo sguardo indagatore, intanto stava lavando delle tazzine per infilarle nella grande lavastoviglie.
- E’ una lunga storia, sai mica quando finisce il turno? Comunque io sono Robert Graphia!- Esclamò sorridendo e porgendogli la mano oltre il bancone.
- Il chitarrista dei Purple Cat? Io sono Gus Lighter, piacere. Dovrebbe finire intorno a mezzanotte, gli autogrill fanno ventiquattro ore su ventiquattro. - Commentò Gus, strizzando l’occhio. Rob lo salutò con un gesto della mano e andò a cercare Danielle.

Danielle Rowee era in uno sgabuzzino, fili elettrici penzolavano dal soffitto, manici di scopa erano disposti lungo le strette pareti. Imprecava, la nera gonna vaporosa lunga fino al ginocchio si era impigliata in uno scaffale, strappandola in malo modo riuscì a liberarsi. Si appoggiò ad un secchio e tirò fuori un sigaro dal borsa a tracolla. Odiava lavorare in quel posto. Odiava le occhiate di traverso che le rivolgevano i turisti. Odiava chi la fermava per una foto. Lei non era un animale raro in uno zoo. Lei era una semplice ragazza di ventidue anni. Il fumo le appannava la vista. Mancavano pochi minuti a mezzanotte e lei non vedeva l’ora di finire il turno.
Sbuffando spalancò la porta, un suono strozzato e un botto seguirono la sua azione. Spalancando gli occhi guardò chi aveva abbattuto, pensando immediatamente che il direttore la avrebbe sicuramente licenziata, in fondo aspettava solo un passo falso. Vide Rob, che si portava le mani al naso e inceneriva con lo sguardo una bambina che era accorsa per soccorrerlo. Danielle gli precipitò addosso, scusandosi e abbracciandolo, era così contenta di vederlo, dopo tanti mesi di assenza.
- Rob! Ma che ci fai qui?! Oh, quanto mi sei mancato!- Esclamò porgendogli un fazzoletto per ripulirsi dal sangue che affiorava dal naso.
- Davvero ti sono mancato? Anche tu, tantissimo.- Gli chiese il chitarrista cingendola con le braccia e baciandola sulla fronte. Danielle sbattè i grandi occhi verdi, aveva i capelli scuri completamente rasati tranne per la frangia voluminosa a forma di cuore e un ciuffo rasta dietro. Una serie di orecchini e spille argentate ornavano le orecchie, piercing ad anellino argento gli traforava il labbro inferiore e aveva anche lei le braccia ricoperte da coloratissimi tatuaggi, portava una stretta canottiera nera, una gonna di veli e pizzi corta color notte e dei pesanti stivalacci di pelle.
- Sì, cioè, nei limiti. Come và? Ti vedi con qualcuno?- Rispose distogliendo lo sguardo. Pochi anni prima facevano coppia fissa, erano sempre per strada, ai concerti, nei locali, lei lo prendeva all’uscita da scuola e lo portava in un’arena con lo skate.
- Sì, esco con una ragazza. Te? Sempre dietro alla violinista? Era molto bella.- Rob le poggiò una mano su un braccio.- Che fine hai fatto? Sei scomparsa.-
- Robbie, sono stata in carcere. La pula mi ha incastrato per spaccio.- Seria lo fissò negli occhi.- La violinista è sparita, credo si sia trasferita in Germania. Ora esco con una sedicenne e con l’avvocato che mi ha fatto uscire dall’inferno. Nessuna sa dell’esistenza dell’altra.Tu invece te la cavi bene, i biglietti per i concerti esauriscono sempre. Vi seguo, fate musica in modo decente, cioè mi piacete molto, e il ragazzino, Elias, ha una voce splendida. Mi devi riservare un posto e il pass per il backstage.-
Elias, Dave e Corinna, che mangiava un gelato alla frutta, li raggiunsero. Dopo veloci presentazioni e il riassunto della situazione, Danielle si offrì di accompagnarli fino alla stazione. Si informò del calendario dei concerti e promise di andare a vederli alla data più comoda. Li scortò con la sua vecchia automobile scassata e piena di adesivi fino all’uscita dell’autostrada. Sembrava triste quando si separarono.
- Emh, Corinna, se non becchiamo una coincidenza fortunata, dubito che domani mattina riuscirai ad essere a lavoro. Se non ti scoccia tanto, vedi, noi abbiamo bisogno di un manager ufficiale, e te saresti ottima, potresti lavorare con noi. Prendere appuntamenti, parlare con i giornalisti, assicurarsi che lo show vada avanti, trovarci camere negli hotel. Cosa ne pensi?- Avevano comprato il biglietto del treno, ma non sarebbe passato entro due ore. Si erano stancamente stravaccati sulle fredde panchine e sulle valigie. L’odore di colitas li inebriava. Dave si era messo a canticchiare sommessamente Hotel California, la musica leggera e estiva stonava troppo con il testo gelido e inquietante, intanto accarezzava i capelli serici di Elias, che sonnecchiava con il viso sulle sue ginocchia. La febbre si era abbassata di poco. Rob era coricato sull’asfalto con il capo poggiato alla valigia, parlava con calma a Corinna. Lei distrattamente tirò dietro le orecchie due ciocche di capelli.
- Beh, se è solo questo potrei anche farlo. Siete gentilissimi a propormi questo lavoro, visto che tra poche ore sarò ufficialmente disoccupata. Sì, mi farebbe piacere.- Rispose sorridendo leggermente. C’era un piccolo spazio tra i denti davanti, una piccola imperfezione che la rendeva ancora più particolare e amabile.
 
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view post Posted on 11/8/2008, 19:30Quote
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bellissimi *-*
brava!!

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Lils
view post Posted on 18/8/2008, 18:07Quote

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La voce metallica che annunciò l’arrivo del treno precedette la folata di vento e il rumoroso sferragliare della locomotiva. I binari brillavano come d’argento bagnato. Rob svegliò tutti dalla dormiveglia, veloci e carichi delle valigie salirono le ripide scalette del vagone, appena prima che il capostazione soffiasse nel fischietto. Camminando svelti nel corridoio, e aggrappandosi a delle maniglie per non cadere, superarono le cuccette completamente piene di abitanti delle zone montuose che passavano la fine della settimana al mare, ne trovarono una libera, c’era solo un giovane soldato semplice che appoggiato al finestrino leggeva il Rock Obsession. Aveva i capelli castani tagliati corti, con la frangia leggermente lunga, il classico taglio militare, comodo e obbligatorio, gli occhi era rotondi, chiari, del colore celeste striato di bianco degli iceberg. Sembrava si vergognasse della divisa che portava, i lacci degli anfibi erano allargati e i bottoncini superiori della camicia kaki erano strappati. Un cappellino verde scuro con la visiera alloggiava sopra le sue ginocchia. E infatti odiava la violenza, la guerra, l’esercito e il concetto di Stato che si difende, finge missioni di pace il cui unico obbiettivo è sottomettere un altro popolo, e invade altre territori. E poi che significa Stato? Cosa? Non sarebbe meglio che i confini da superare con la forza bellica non esistessero? Alzò lo sguardo e sorrise, si fece un attimo pensieroso e inumidendosi i polpastrelli e sfogliando convulsamente la rivista, tornò indietro di qualche pagina, rialzò lo sguardo, puntandolo su Elias.
- Ma, voi siete i Purple Cat? Wow! Cioè, mia sorella vi ascolta. Io no, anzi, io non posso. Mi chiamo Lewis Moresque. Non sapevo che le band facessero i tour in treno. Scherzo! Sedetevi pure!- Esclamò togliendo il grosso zaino da esercito dal sedile e alzandosi in piedi per appoggiarlo alla rete metallica appena sotto al soffitto.
- Io sono Elias Wild, piacere. Stiamo tornando a casa. Tu dove sei diretto?- Mormorò il cantante, sedendosi di fronte a Lewis, e poggiando la testa contro il finestrino, la frescura della notte gli faceva bene per la febbre, ma continuava a sentire le ossa e la pelle ardere, gli mancava l’aria e gli girava la testa. In autogrill non vendevano medicinali, quindi era costretto ad aspettare la mattina successiva per curarsi. Dave gli controllava la temperatura ogni venti minuti. Anche gli altri si presentarono.
- Beh, ora che vi conosco posso anche dirvelo. Sono diretto verso la libertà. Basta superiori, basta esercito, basta divisa, basta comandi! Fuggo. Anche se così non passo proprio inosservato.- Indicò la divisa.- Mio padre mi ha obblicato ad arruolarmi, ma dopo solo due mesi ho iniziato a stare veramente male. Rischiavo di impazzire, lì. E ora che , fortunatamente, non c’è più la leva obbligatoria, non c’è più cameratismo. Quindi tutti contro tutti. E’ brutale. Ero sempre preso di mira perché non ero il figlio di un generale, quindi mi picchiavano. Ma ora sono libero come l’aria.-
- Sono felice per te, anche io mi sono ribellato alla mia famiglia, loro volevano che diventassi un camionista. Ma la musica ha vinto. Ora vagherai alle ricerca di un posto adatto? Oppure tra un po’ di mesi tornerai a casa?- Gli chiese Dave.
- Non lo so, più che altro devo trovare un lavoro e una sistemazione.- Rispose triste.
Elias si sporse leggermente per arrivare vicino a Dave, gli sussurrò a bassa voce che avevano bisogno di un altro roadie. Rob intercettò lo sguardo del biondo e annuì.
- Beh, noi avremo bisogno di un roadie, praticamente vuol dire occuparsi degli strumenti, del trasporto, delle attrezzature, effetti speciali, del palco. Se ti và vieni con noi, Rob ha un grande appartamento, potresti dormire da lui… Ti và?- Disse serio Dave guardando il ragazzo bruno negli occhi. L’altrò soppesò la proposta, spalancò gli occhi e il viso gli si illuminò di un sorriso. Rispose che sarebbe stato ottimo e li ringraziò calorosamente.
- Beh, ma è meraviglioso! In una serata abbiamo trovato sia un manager che un roadie mancante.- Sospirò Rob poggiando la testa sopra la spalla di Corinna. Poi notando che Dave e Elias si tenevano per mano aggiunse. – Ma voi da quando è che state assieme? Queste sono cose che generalmente si dicono agli amici…-
- Stiamo assieme?!- Esclamarono contemporaneamente, il biondo arrossendo e socchiudendo gli occhi, il batterista facendo un sorrisetto imbarazzato.
- Quindi?- Domandò scocciata Corinna.- State assieme o no? E da quanto?-
- Stiamo assieme?- Chiese Dave e porse nuovamente la mano ad Elias. Il cantante sorrise e annuì prendendo la mano del riccio e stringendola. Poi Dave rivolgendo un ghigno beffardo a Corinna.- Sì, stiamo assieme, dalla bellezza di cinque secondi-
Scatenò l’ilarità generale. Elias si sporse per sfiorare le labbra di Dave con le proprie.
- E mia sorella che credeva che tu avessi un rapporto con Rob! Beh, in fondo sul palco ci sarebbero un po’ di problemi a baciare un batterista, lo strumento è d’intralcio.- Commentò Lewis in un sorriso.

Il treno cigolando sinistramente si fermò alla stazione verso l’alba, dopo un viaggio scombussolante in taxi, la mattina presto, Elias e Dave si ritrovarono davanti al cancelletto di casa. Avevano superato il giardinetto attraverso un sentiero di ghiaia, sull’erba che iniziava ad ingiallirsi rosse foglie di acero sonnecchiavano, sempre scrutate dal severo angelo di pietra che ormai abitava quel giardino da una cinquantina di anni. A Elias metteva i brividi, ma non era mai riuscito a toglierlo dal pesante piedistallo, in fondo il rappresentarlo con matite 6B era stato un sollievo a pomeriggi tetri, quando Judith, la madre, tinta di biondo con la ricrescita grigia, trucco pesante sbavato, il corpo troppo scheletrico e troppo bucherellato per le dosi di eroina, coricata nella vasca da bagno asciutta, beveva, ingurgitava e tracannava alcolici di ogni tipo, ma prediligeva la vodka limpida e il suo amaro retrogusto. Lars, il padre, alto e muscoloso, con le spalle larghe e il collo gonfio da nuotatore, con il sorriso accattivante da sportivo, i capelli neri tirati indietro, gli occhi azzurro chiaro. Avrebbe potuto fare l’attore, sapeva recitare benissimo, nessuno dei vicini sospettava anche minimamente che Judith non aveva una salute cagionevole ma invece era un’alcolista. Oppure che quell’uomo così bello di Lars non era un marito amorevole e un padre affettuoso, ma un violento che si eccitava a vedere il sangue del figlio e poi abusava di lui. Lo stuprava, lo rendeva una fragile bambola di bianca porcellana con grandi occhi verdi di vetro e le labbra rosse dipinte con sottili pennelli.
Tristan, disteso sul prato, giocherellava con i fili d’erba del colore dei suoi occhi, seguiva con lo sguardo il volo di una farfalla bianca e si entusiasmava per il canto dei pettirossi, e parlava, parlava senza tregua del futuro, così bello, così vicino, così libero, come un delizioso volo sull’oceano, per poi tentare di schivare un uomo in mezzo alla strada, scivolare con l’auto su una lastra di ghiaccio e schiantarsi contro il tronco di un albero centenario. Una morte lenta, il sangue usciva inarrestabile e pigro dal taglio al ventre, una morte curiosa, quel ragazzo era morto come era vissuto, salvando altre persone. E quel maledetto angelo aveva visto tutto, brevi, colorati e lieti pomeriggi misti alle tenebre delle notti senza luna, quando l’uomo violentava corpo e anima del bambino e alternava scherni, gemiti e risatate cattive. Inghiottito dolore e lacrime e sangue. Tutto per essere stati concepiti, tutto per essere nati. Tutto per crescere, tutto per vivere. Chi aveva scolpito quell’angelo aveva dimenticato le corde vocali, per farlo urlare, testimoniare contro il padre, spezzare le catene dei figli.
- Hey, piccolo, stai bene?- La voce di Dave strappò violentemente Elias dal passato, si trovava genuflesso sulla terra, stringeva i pugni su ciuffi d’erba, stava digrignando i denti e gli bruciavano gli occhi. Il batterista gli si era inginocchiato accanto, lo stringeva al petto e lo cullava dolcemente, non permettendogli di crollare sul prato e contorcersi dal dolore, cercando di cacciare il passato come un demone sadico. Lo trascinò sulla veranda e lo costrinse a coricarsi sopra un divanetto di leggero lino bianco, tirò una sottile tenda per ripararlo dal debole sole mattutino.
- Non mi portare in ospedale, non voglio vedere i loro camici, non voglio vedere i loro aghi, ti prego. Lasciami qui, lì si soffoca.- Mormorò Elias con la voce impastata.
- Hai la febbre troppo alta, i medicinali omeopatici non fanno niente. Gli antibiotici sono in bagno, vero? Vado a preparare del the e a prendere delle coperte.- Rispose Dave cercando vanamente le chiavi di casa nella giacca di Elias, invece si trovavano in fondo al borsone, ricoperte da vestiti stropicciati e umidi.
Si voltò verso il cancello per vedere un ragazzo stupendo varcarlo. Aveva la pelle scura come il cioccolato fondente, trasmetteva una sensazione di calma, pacata allegria e lietezza, i capelli erano divisi in tante piccole treccine sparate in aria disordinatamente, gli occhi infossati, scuri e ardenti. Portava dei picker neri e dei pantaloni di pelle, ricopriva il torace muscoloso e tatuato con una semplice camicia bianca completamente sbottonata. Al collo aveva un talismano egizio. In ciascuna mano teneva una grossa gabbia per i trasferimenti dei felini, le poggiò per terra e le aprì, facendo uscire due gatti, un certosino dal manto grigio scuro e magnetici occhi dorati e un siamese viola scuro. Il ragazzo con le treccine si chinò per baciare Elias sulle guance, accarezzandolo sulla schiena. Dave distolse lo sguardo, il bianco e il nero stavano così bene insieme. Come l’amaro latte con la dolce cioccolata.
- Ciao Joshua! Sono così contento di vederti, come hai fatto ad immaginare che il nostro ritorno sarebbe stato per oggi? Hai portato Microbo e Nikita! Ma… come mai Niki è viola scuro? Quando lo avevo lasciato la tinta si era schiarita ed era lilla con sfumature gialle…- Sussurrò Elias, il certosino, Microbo, balzò sul divanetto e gli si acciambellò sulle gambe, meccanicamente le mani del biondo lo accarezzarono.
- Ciao, bellissimo! Avevo lasciato la finestra aperta e una foglia arancione è caduta sulla tua foto, ho capito che eri tornato. Ho portato Microbo e Nikita dal veterinario, e quello avrà pensato che volevo ritingergli in manto, e quindi senza chiedermi il permesso ha agito. Però almeno siamo sicuri che questa tinta non è tossica. Non stai bene vero? Me lo sentivo, ti ho portato un bracciale contro le malattie più gravi.- E così dicendo, con un gesto teatrale, si sfilò un bellissimo bracciale fatto con il telaio, centinaia di piccole perline vivaci erano intrecciate a sottili fili, la chiusura era abbellita da una piuma colorata, e lo annodò al polso sottile di Elias.
Dave era tornato dall’interno della casa, aveva ricoperto il cantante con una calda coperta, gli aveva fatto ingurgitare le piccole perle zuccherose della medicina omeopatiche e una pastiglia di antibiotico, vedendo il bracciale storse il naso.
- Morales, ognuno alla sua medicina.- Ringhiò Joshua puntando gli incandescenti
occhi su Dave e facendogli leggere il labiale di una maledizione.
- Certo, ma se l’omeopatia è considerata una medicina alternativa, lo sciamanesimo è direttamente sovrannaturale. Toh, bevi il the, l’ho preparato anche per te, purtroppo non avevo dell’arsenico.- Disse tagliente il batterista rischiando di fargli cadere il the bollente sopra le ginocchia fasciate nella pelle lucida e nera.
- Oh, ma quanto siete carini, tutti indaffarati a curarmi!- Esclamò Elias portandosi le mani, in un’espressione sopresa, alle guancie.
 
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Lils
view post Posted on 22/8/2008, 21:25Quote

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Capitolo 12

So forget this cruel world
Where I belong
I'll just sit and wait
And sing my song
And if one day you should see me in the crowd
Lend a hand and lift me out
To your place in the cloud
Nick Drake - Cello Song


- Finalmente ti sei liberato di lui!- Esultò Joshua quando Elias era riuscito a convincere Dave che non sarebbe morto entro pochi minuti e gli conveniva andare a casa di Millie a prendere gli scatoloni per trasferirsi da lui.- Perché è così spaventato, ne hai combinate delle tue in vacanza? Oh, scusa ma qualche foto non mi sembrano un lavoro così arduo. Pensa a tuo nonno che scaricava i container in porto.-
- Guarda, preferisco lavorare tutta la vita che rifare una vacanza del genere. Tra tempeste, frane, litigi e sesso mi sono beccato pure la febbre…- Si lamentò Elias.
- Fermo, sesso!? Con quel fotografo? Raccontami tutto.- Lo bloccò Joshua.
- Si chiama Eric, è molto bello, porta i capelli lunghi, neri e ha gli occhi scuri, è pallido e vestito sempre di nero, fa tanto l’altenativo ma si veste di marche famose. Piuttosto ricco, ha un uffico in un grattacielo dorato, una jeep a sei posti e una casa delle vacanze enorme. E’ geloso, viziato e molto appiccicoso. Il classico ragazzo a cui i genitori anziani non hanno mai negato nulla. Ha iniziato l’università ma la trovava noiosa, adesso fa il fotografo e si fà mantenere dai genitori. La superficialità della sua vita mi schifa.- Borbottò Elias, la testa gli doleva.
- Si, si, certo, ma parlami del sesso. E’ bravo a letto?- Esclamò Joshua spalancando gli occhi e recuperando su un tavolino di vimini una confezione di Belladonna, come erba è velenosa, ma come medicinale omeopatico si usa contro la febbre.
- Sei un po’ maniaco tu, vero? Comunque abbiamo fatto sesso, cioè, praticamente ho fatto tutto io. Lui stava immobile a guardarmi coricato nella doccia mentre io... evitiamo i particolari. Non ha preso bene il fatto che io ami un’altra persona, per niente. Si è vendicato lasciandoci in autogrill e licenziando la segretaria.- Concluse Elias, con un tono implorante, voleva riposare almeno per un paio di orette.
- Ami un’altra persona? E chi? Fammi indovinare… o una ragazza omosessuale o un uomo etero. Tu non sei portato per storie semplici, vuoi sempre complicare le cose… E pensare che sei partito da un ragazzo splendido e libero come l’aria!- Disse Joshua poggiando la testa sullo schienale imbottito di una poltrona da esterno. Lui era stato la prima volta di Elias, ed era avvenuto tutto in fretta, nella ricca camera da letto dei suoi genitori, un giudice noto per la sua incorruttibilità e una dolce casalinga.
- Joshua, con te non sarebbe mai durata. Io adesso amo Dave.- Mormorò Elias.
- Quel Dave!?- Sembrava sconvolto.- Ma tu, cioè, c’era lui a lenire le tue angoscie l’anno scorso? Allora?! C’era solo Nicola, che rischiava pure la separazione dopo due miseri mesi di matrimonio, per stare sempre assieme a te. Morales invece non c’era, lui era con quella svampita. Quante persone hai amato nei tuoi diciotto anni?-
Ed era vero, dopo l’incidente, Elias si era rinchiuso in casa per tre mesi a scrivere disperatamente delle canzoni e l’unica persona che accettava di vedere era Nicola, un’amico silenzioso e timido, con i capelli castano scuro che gli coprivano gli occhi verdi e le labbra sottili che leggevano poesie. Joshua stava confondendo Elias.
- Escluso mio fratello… Nicola platonicamente e adesso amo Dave.- Rispose triste il biondo. Joshua si pentì di quello che aveva detto e lo abbracciò stretto al petto.
- Non voglio che le mie parole siano della discordia. Magari è simpaticissimo, ma non ci siamo mai piaciuti. Ora, io credo che la febbre si sia alzata tantissimo, se mi giuri di non dire nulla al tuo bello, io proverei a darti un’altra pastiglia di antibiotico. E forse è meglio che ti accompagni in camera da letto.- E dicendo questo lo prese in braccio e lo trascinò fino alla mansarda, scatenando le sue ire e proteste.- Ti dispiace se chiamo Nico e passa a prendere le chiavi del negozio?-
- Fai pure, ma non puoi andare ad aprire il negozio te?- Domandò Elias coricato sui cuscini. La mansarda era enorme, semi-vuota e completamente il legno, la luce filtrava da dei finetrini disposti sulle pareti oblique, non c’erano mobili. Il pavimento era ricoperto di tappeti e cuscini, dei scatoloni contenevano libri, dischi e vestiti, un sottile materasso, tipo futon giapponese, costituiva il letto. L’unico poster era un cartoncino nero con tante foto incollate come un collage.
- Dave mi ammazza se ti lascio solo.- Mugugnò Joshua facendolo distendere.
- E allora fai venire Nico, è da settimane che non lo vedo. Devo parlargli. Devo sapere se sta bene.- Sussurrò il cantante guardandosi le unghie mangiucchiate.
- Lo stai distruggendo, io non so cosa ci sia stato fra di voi, però ora lui è sposato con una stronza e tu stai con Dave. Non illuderlo, l’ultima volta che l’hai fatto ha rischiato seriamente di diventare pazzo, a meno che non lo sia già.- Disse serio lo sciamano.- Non voglio perdere un ottimo dipendente, serio, efficiente, sa parlare con i clienti… Sto scherzando! Comunque il negozio va a gonfie vele, un sacco di ragazzine ridacchiante sono venute a comprare candele e ciondoli, che credono siano satanici ma non lo sono, solo per la pubblicità che hai fatto tu.-

Nicola indulgiava davanti all’uscio di casa Wild. Joshua non gli aveva permesso di lavorare in negozio, quel giorno, lo aveva obbligato a passare la giornata assieme al cantante dei Purple Cat. Richiudendosi la porta alle spalle notò uno specchio con la cornice formata da fiori intagliati nel legno appesa alla parete, non potè resistere all’impuso di far cadere un ciuffo di capelli sugli occhi. L’immagine riflessa era quella di un ragazzo magro, alto e spigoloso, con i capelli spettinati, leggermente cotonati alle radici, neri, gli occhi verdi tendenti al grigio arrossati, dalla pelle grigiastra da fumatore e con le occhiaie violacee e un sorriso incerto sostava sul volto scavato. Indossava un dolcevita nero, dei pantaloni di velluto scuro e delle creepers dello stesso colore. Si rabbuiò improvvisamente, ricordandosi della fede dorata all’anulare sinistro. Fece a due e due i gradini della scala a chiocciola in ferro battuto, l’aria fresca e la luce della mansarda lo colpirono. Elias era inginocchiato davanti ad un giradischi a mobiletto, stava cercando un disco dentro uno scatolone di cartone.
- Ciao Nico. Cosa metto?- Chiese Elias senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
- Five Leaves Left di Nick Drake.- Nicola non commentò il fatto che il biondo usava il giradischi invece che lo stereo, lo faceva sempre quando doveva comporre qualche pezzo o pensare a delle questioni importanti, portava le cose necessarie, basso, libri di poesie, carta e penne blu, in soffitta. I vinili restavano tutto l’anni lì, visto che al piano inferiore aveva un impianto stereo professionale, era il suo rifugio.
- Me lo hai regalato te. Come va con Esther?- Aveva le guance arrossate dalla febbre.
- Sbaglio o era ironia, quella? Sta diventando un incubo, alienazione totale, sono ovviamente obbligato a lavorare perché lei passa il tempo in palestra, la sera devo pulire la casa, secondo me o si cerca un lavoro oppure si deve almeno sbrigare le faccende domestiche ma lei non è d’accordo, e di notte devo soddisfare le sue perversioni sessuale. E suo padre la considera una brava casalinga…- Rispose il moro coricandosi su dei cuscini. Il volume della musica era basso e intimo.- E ti odia…-
- Immaginavo, chiedila tu la separazione, no? Anche per una questione di orgoglio, lei ti minacciava sempre durante i primi mesi, eppure sei durato, e ora ti vendichi.-
- E poi che facciamo, fuggiamo insieme verso un romantico paradiso terrestre? Sono già stato considerato blasfemo, l’amarti darebbe un senso a tutta la mia vita.-
- Chiedimi tutto ma non questo, credo di stare con Dave.- Mormorò Elias distogliendo lo sguardo e puntandolo sul cartellone attaccato al legno, c’erano tutte le foto dei suoi amici, Joshua, Nico, Dave, Rob, Juliet, i roadie e i ragazzi del fan club.
- Dave Morales? Questa è una novità, perché lui?- Sorrise dolcemente Nicola, a lui stava simpatico David, ed era stato tante volte preso in gira da Joshua per questo.
- Credo per il suo sguardo, e la sua dolcezza un po’ brusca e impacciata. So solo che mi sono ritrovato ad amarlo e si trasferisce di nuovo in questa casa.- Scostò di poco la manica del maglione per permettergli di vedere la bendatura.- Lo sai tu e lo sa Dave. E’una punizione, non sarà questa la mia firma sul testamento. Non ci sarà sangue e orrore. Vorrei che ritrovare il mio corpo privo di vita fossi tu. Cosa faresti nel vedere il mio fantasma appeso al soffito stagliarsi contro la lattea luna?-
Non si aspettava di venire scaraventato contro il pavimento, Nicola gli stava straiato sopra e lo immobilizzava, stringendogli i polsi (e facendolo gemere dal dolore) contro il legno e fissandolo a pochi millimetri dal viso, in un’espressione aggressiva.
- Sei un’egoista. Non devi dire questo. Non devi pensarlo. Non devi ucciderti. Noi abbiamo bisogno di te. – Allentò la presa e gli strusciò il naso sulla guancia, chiudendo gli occhi per un paio di minuti.- Io ho bisogno di te. Vuoi sapere cosa farei? Salirei su una sedia, ti toglierei la corda dal collo e ti deporrei sul letto, mi coricherei al tuo fianco e ingerirei un dose elevata di sonnifero. Il tuo ucciderti mi ucciderebbe. Vuoi questo? Tu cosa vuoi? Io solo il tuo amore.-
- …Scusami.- Borbottò guardando le labbra carnose, chiare e socchiuse di Nicola.
- Ho paura di perderti.- Disse annuendo il moro, e voleva dirgli tante altre cose, che lo amava e amava e amava, sì, quello lo voleva urlare, fino a far tremare le pareti, fino a sfondargli i timpani, fino a rimanere senza voce. – Che rapporto è il nostro?-
- Quello degli angeli… immateriale, fatto di anime e parole e azioni. Non carnale, non lussurioso, non del piacere effimero. Immenso.-

Potete anche giudicare Elias farfallino e superficiale, ma non lo è, è normale amare più persone contemporaneamente, soprattutto se una è amata in modo platonico. Tra Nico ed Elias non c'è nulla di fisico, solo amore divino. Quindi nessuno tradisce Dave.
 
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Lils
view post Posted on 29/8/2008, 13:57Quote

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Capitolo 13

Heroin, be the death of me
Heroin, its my wife and its my life
Because a mainer to my vein
Leads to a center in my head
And then Im better off and dead.
Velvet Underground - Heroin


- Dave viene per pranzo?- Chiese Nicola appoggiando sul ripiano marmoreo del tavolo un sacchetto di carta da pacchi e tirandone fuori il prosciutto crudo tagliato a fette sottili e del morbido pane, comprati nel tragitto tra casa sua e casa Wild.
- Quando l’ho chiamato sembrava contendo che ci fossi tu e non Joshua, quindi va a pranzo a casa di sua madre, suo padre è tornato ieri sera, ed è un preoccupato per Gracia. Sai come finirà? A tavola Enrique farà uno dei suoi commentini acidi, il padre sbatterà il pugno sul tavolo e gli dirà che in casa sua non accetta in casa sua la maleducazione, Gracia si tapperà le orecchie con le mani e correrà piangente in camera, Dave la seguirà per consolarla e la madre getterà uno o due piatti per terra.-
- A casa mia non litigavamo mai. Però c’era molta indifferenza, non condividevamo niente, né gioie, né dolori. Hai visto come è finita, mio padre ci ha abbandonati e mia madre finalmente è felice.- Commentò Nico porgendogli un panino ripieno.
- Tra un’ora devo essere dall’altra parte della città. Mi accompagni?- Elias addentando il pane si sbriciolò addosso. Nicola si sporse per scostargli dal mento le briciole, poi gli poggiò una mano sulla fronte per sentire la temperatura corporea.
- Hai ancora un po’ di febbre. E’ una cosa molto importante?- Prendendo un biglietto da visita che gli porse Elias e leggendo il nome “Nikki for Tattoos”- A beh, se hai un appuntamento… vengo con te, andiamo con la metropolitana. Sbrigati a vestirti.-
Elias corse in camera e spalancò l’armadio, agguantò dei pantaloni attillati scuri, gli stivali lucidi con le fibbie metalliche e un maglione largo, smagliato e vecchio, si vestì veloce e si scompigliò i capelli pensando che doveva andare a trovare Nina per spuntarli e chiacchierare un po’, magari Ysidro non era ancora partito.
Camminarono per una decina di minuti sotto il pallido sole autunnale, l’insegna della metropolitana lampeggiava sporca di vernice spray. I tunnel sotterranei erano freddi, come i volti di chi li squadrava. Si tenevano per mano, lo facevano da anni, giocavano a fare i “fidanzatini” e giocavano a indovinare i pensieri della gente. Quell’uomo là, brizzolato e sportivo, leggermente schifato ma si intravedeva un’ammirazione per il coraggio. Una vecchina coi capelli bianchi raccolti sopra la nuca e il cardigan blu, materna e soddisfatta dell’amore, di qualunque tipo. Un giovane dal mento molto pronunciato, spaventato e disgustato. Una ragazza, rossa in viso, probabilmente per i pensieri erotici. Una ragazzina corse incontro ad Elias e gli chiese l’autografo, era magra, coi capelli lunghi sul viso, un cappello calcato sugli occhi, le spalle ingobbite e i vestiti scuri, l’insieme dava un senso di triste pesantezza. Dopo mezzora di metropolitana riemersero in superficie, si trovarono in un lungo viale alberato, ombroso e silenzioso. Elias attraversò la strada deserta. Un uomo era seduto su dei gradini, era abbronzato, con i capelli completamente rasati e la nuca tatuata, indossava una canottiera che metteva in risalto le braccia muscolose e tatuate. Non era certamente bello, ma emanava un fascino pericoloso. Aveva gli occhi velati, tristi e scuri e il labbro inferiore gonfio per i piercing e imbronciato.
- Ciao Aaron! Sono in ritardo?- Domandò Elias salutando il tatuato.
- Oh ciao! Ti aspettavamo, sei l’unico appuntamento della giornata. Krista è già in ambulatorio.- Poi notando Nicola aggiunse. – Oh, il poeta! Senti un po’, per caso potresti mettere dei nostri volantini in negozio? Sempre se Joshua è d’accordo. Gli unici clienti, più amici che clienti, che mi sono rimasti siete voi del centro Flowers.-
- Il Flowers è defunto.- Rispose lapidario Elias, dirigendosi verso l’ambulatorio.
Una donna alta, morbida, li accolse sorridente, aveva gli occhi grigi, i capelli lunghi con la frangetta nera e le punte azzurre. Portava un lungo vestito bianco e degli stivali borchiati azzurri, rovinati sulle punte. Sembrava una regina, l’ambulatorio, piccolo e stretto, con poster e esempi di tatuaggi sul muro, era il suo regno.
- Ciao Nico! Ciao piccolo elfo! Come và? Che devo tatuarti?- Esclamò ridente.
- Ciao Krista! Volevo una sigla all’interno del polso destro. Aaron mi sembra triste, cosa gli è successo?- Chiese Elias scostandosi distrattamente i capelli dalla fronte.
- Aaron sta molto male, fisicamente è fortunato solo che lo sta distruggendo dentro. Sapete, è un portatore sano di AIDS.- Abbassò gli occhi sotto lo sgomento di Elias e Nico. Il viso era contratto, sconvolto e gli zigomi alti lo rendevano duro.- Ha smarrito il suo spirito da Pollyanna. Cazzo! Poteva essere malato seriamente, invece è fortunato! Portatore sano… lui non si ammalerà mai, ma il suo sangue è infetto. Ha paura persino a sfiorarmi, baciarmi, anche se tutti sanno che si trasmette in altri modi. Ma adesso non parliamone. Elias, siediti, riesci a disegnare quello che vuoi tatuato?-
Elias si sentiva svenire, scomparire e pensava a Aaron e a Krista, e ad un amore così forte e passionale, annientato da una malattia brutale che esclude l’intimità sessuale.
- Queste tre lettere, proprio dove passano le vene- Disegnò un foglietto tre lettere piccole, snelle, monocromatiche. Una T, una R e una W.- Lo so che il polso è già una zona dolorosa, ma ti prego, non tatuarle con la macchinetta, ma marchiale a fuoco. I tatuaggi sono nati così, violenti, l’atto del tatuare è violento, il significato è violento. E’ completamente simbolico. Non voglio dimenticare, non potrei mai dimenticare.-
- Io non credo di riuscire a farlo, vedi, un conto è se ti entra in negozio un tizio gigantesco, già tutto tatuato, e mi chiede se posso marchiargli una pin up. Ma, tu sei diverso, non puoi deturparti così. Spero che sia un tatuaggio ragionato.- Krista posò ancora per qualche secondo gli occhi sul disegno.- Oddio! Ma è per Tris! Perché? Hai un sacco di persone che ti vogliono bene, e che ti amano, prova a guardare avanti, questa strada non puoi percorrerla mano nella mano col passato, hai bisogno di vivere. Però se è quello che vuoi… vado a chiamare Aaron- Krista uscì dall’ambulatorio, Nicola si avvicinò a Elias, gli si inginocchiò davanti e gli poggiò i gomiti sulle gambe. Il biondo gli sfiorò uno zigomo con le lunghe dita.
- Anche te non sei d’accordo.- Mormorò sorridendogli, il moro scosse la testa.
- Vieni Nicola, ti preparo un the.- Sussurrò Krista lasciando soli Elias e Aaron.

- Allora, finalmente esci con Elias?- Domandò Krista porgendogli una tazza fumante.
- No, io non, cioè, noi non, lui sta con un altro, credo.- Balbettò Nicola arrossendo e portandosi una mano ai capelli, facendo cadere una ciocca scura a coprirgli gli occhi verde chiaro, vicino alla pupilla blu con sfumature violette.
- Sei sempre il solito, ti imbarazzi tantissimo. Con chi, comunque?- Continuò la donna sorseggiando il the come lo stereotipo di un’anziana e rispettabile signora inglese, capelli tinti, trucco pesante, piercing e tatuaggi inclusi.
- Con Dave.- Borbottò il moro a bassa voce, gettando inconsciamente un’occhiata alla porta dell’ambulatorio, lui non amava sua moglie, amava Elias. Posò su un tavolino ricolmo di biglietti da visita e volantini di concerti il the.
- Ah, David! Il batterista? L’ho visto solo un paio di volte. Com’è? Simpatico o no? Frequentava il Flowers anche lui, ma stava esclusivamente con Tristan. Ti manca vero? Il rosso ti manca?- Esclamò Krista aggiungendo un goccio di vodka al the.
- Manca a tutti. Elias si sta distruggendo, credo che non gli importi di morire, qualche mese fa siamo stati in un grattacielo, eravamo sul terrazzo dove atterrano gli elicotteri, era semplicemente splendido, albeggiava appena, la metropoli luminosa si fondeva in un delicato amplesso con il chiarore rosato del mattino. E lui sul bordo, con una bottiglia di vodka quasi vuota in mano, si sporgeva e piangeva e rideva, barcollava e vomitava. Sempre sul ciglio, sempre sul punto di cadere. Un equilibrista a duecento metri, quando basterebbero anche solo cinque piani per sfracellarsi, ed era così selvaggio e ultraterreno. Io lo amo. Vorrei proteggerlo da se stesso ma non ci riesco, mi paralizzo dal terrore.- Concluse Nicola massaggiandosi le tempie.
- Capisco perché Aaron dice che sei un poeta. Le tue passioni sono poesia, la tua vita è poesia, la tua normalità è poesia.- Disse ammirata Krista, sorridendogli con materna dolcezza.- Tu sei sposato, Elias sta con Dave, ma nessuno di voi due contempla la monogamia. Elias sa di quello che provi per lui, e lo ricambia. Il vostro amore non richiede nulla, è basato esclusivamente su cose immateriali tramutate il materiali. Non è come dire ti amo dopo una carezza, è come dire ti amo e ricevere una carezza. Capisci? Non temere, non vergognartene, non cercare di soffocare la tua anima, vivi, ama, amalo e amati, perché amare non è mai sbagliato.-
La porta dell’ambulatorio si spalancò, Nicola rivolse il suo sguardo dolcemente innamorato ad un Elias infantilmente imbronciato. Salutarono Krista e Aaron e uscirono in strada, un centinaio di metri dopo Elias si strappò la benda che copriva il tatuaggio e la pelle arrossata, precedeva il moro di pochi passi. Il freddo vento faceva dimenare i rami e strappava le foglie ingiallite dagli alberi, che in un turbinio di colori planavano sull’asfalto e lì riposavano, disturbate dai calci dei bambini. Elias si voltò di scatto, e, visto che nonostante gli stivali non era tanto alto, si alzò in punta di piedi e raggiunse le labbra di Nico. Il moro non approfondì quel delicato bacio.
- Ma, Nico… tu deridi la verità.- Mormorò il biondo calciando un cumolo di foglie.
- E tu l’accetti questa verità?- Gli chiese Nicola portandosi una mano allo zigomo bagnato di caldo e salato. Il tono era piatto e senza emozioni traditrici.
- Sarebbe tutto così semplice…- Continuò con un filo di voce Elias, il moro gli passò un braccio attorno alla schiena e lo strinse a sé. Il biondo barcollando e fissandolo con lo sguardo tristemente ferito, scrollò le spalle per staccarsi da lui.
- Scusami, ho sbagliato tutto. Dimmelo che sono peggio di un’aragosta nello stomaco di un politico affogata nello champagne. Puoi dirlo?- Gli sussurrò Nicola.
- Sei peggio di un’aragosta nello stomaco di un politico affogata nello champagne. Sì, con le chele intere e qualche pezzo arancione ancora vivo.- Disse incerto Elias.
- Ti senti meglio?- Chiese il moro guardandolo apprensivo.
- No, ma… Hai delle labbra così belle.- Disse ammirato il biondo. Il ragazzo sorrise e gli accosto le labbra alla bocca. Nicola questo bacio non poteva certamente negarglielo.
 
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view post Posted on 30/9/2008, 18:40Quote
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Early morning when I wake up I look like Kiss but without the make up;

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 15/12/2009, 21:16


ok ok ok. da ora cerco di rimettermi alla pari.
sono rimasta indietrissimo .___.
scusa Gine, a me piace un sacco questa ff *-*
cerco di rimediare :]

Molto spesso una crisi è tutt'altro che folle
è un eccesso di lucidità



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view post Posted on 6/11/2008, 18:46Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 23/12/2009, 01:16


Dave era tornato a casa nel primo pomeriggio e l’aveva trovata vuota, ne aveva approfittato per risistemare i suoi vestiti nel capiente armadio, per posizionare il sintetizzatore dove componeva parte delle musiche nel sottotetto e collegare tutti i cavi. Verso le diciassette il campanello suonò, dietro la porta di vetro si intravedeva una ragazza non tanto alta, con il viso scavato di chi ha perso molti chili in poco tempo, un taglio rossastro le attraversava la guancia destra, aveva i capelli castano scuro tagliati corti ai lati, e una specie di cresta dimenticata di cotonare, gli occhi del colore del miele erano gonfi di lacrime e amarezza, il mascara era sbavato. Portava una giacca stretta in vita di velluto bordeaux, dei leggins neri, un maglione largo e smagliato scuro, degli stivaletti lucidi e una borsa a tracolla gonfia di oggetti.
- Scusami, posso entrare?- Mormorò la ragazza guardandosi attorno intimidita.
- Certo Gracia, cosa succede? Perché piangi? - Domandò Dave aiutandola a togliersi la giacca e poggiando la tracolla su una poltrona rivestita di broccato antico.
- Dopo che te ne sei andato, Enrique ha commentato in malo moda la faccenda, e papà si è messo ad urlare e gli ha tirato un pugno. – Si portò una mano a massaggiare la guancia ferita. - Indietreggiando mi sono ritrovata contro il mobiletto delle tazzine da caffè, mi stava per precipitare addosso. E loro continuavano ad urlare. Mi sono rinchiusa in camera e sono uscita dalla finestra. Mi odiano.-
- Dormi qua…- Accennò Dave richiudendo la finestra del salotto, in poche ore il tempo atmosferico era visibilmente cambiato, il pallido e annoiato sole era stato sostituito da scuri nuvoloni carichi di pioggia, ogni tanto all’orizzonte si intravedeva il bagliore dei fulmini, seguiti dai tuoni ruggenti.
- No, no, vado a dormire da Susan, i suoi sono via per lavoro.- Borbottò Gracia.
- No. Dormi qua. Non è una domanda, è un’affermazione. – E dirigendosi a passo deciso verso il telefono aggiunse. - E adesso chiamo mamma per dirle che sei al sicuro. Elias sarà sicuramente d’accordo. A proposito… Dovrebbe essere di ritorno tra poco, mi ha lasciato un biglietto sulla tavola.-
Non erano casi rari i litigi nella famiglia Morales, li scadevano soprattutto Enrique, arrogante e volgare, mosso da quella cieca invidia per il fratello David, i suoi successi scolastici prima, il suo lavoro adesso. Il pranzo era proceduto tranquillo, di quella calma presagio della tempesta, fino al secondo. Con l’arrivo delle verdure erano scattati i commenti più fantasiosi e affilati sui finocchi, i cetrioli, le carote, fino alla disposizione delle posate, “mai due coltelli assieme”, aveva fatto notare Enrique, e da parte di Gracia era partito il commento riguardo: “però i ristoranti di classe apparecchiano sempre con due forchette”. Doppi sensi e malvagità che Dave ignorava, ma invece facevano infiammare di rabbia Gracia, affezionata al mezzano.
Quando Inez e Duarte, la madre e il padre, non poterono più ignorare le frecciatine velenose, reagirono nella maniera peggiore. Inez gettò tutti i piatti a terra, creando un inferno di ceramica bianca e tagliente. Dave sorridendo a Gracia si alzò, andò a prendere la giacchetta autunnale e uscì di casa, facendo attenzione a far sbattere volontariamente le porta. Duarte, rosso di collera, il collo taurino ancora più gonfio, la vena nella tempia pulsava minacciosa, tirò un forte pugno al figlio maggiore (che aveva ben venticinque anni).
- Dave, perché Enrique è così, così… così, non so che parola usare… per me è scemo, ma non è solo quello. E’ molto cattivo.- Mormorò Gracia sedendosi con grazia sul divano rivestito con una fodera di morbido tessuto scuro, dalla telefonata alla madre aveva distinto chiaramente dei singhiozzi e delle scuse tristi e sincere, forse anche del rimpianto, per non aver infuso, assieme all’educazione, anche un po’ di tolleranza, rispetto e apertura mentale al figlio maggiore.
- Oh, lascialo perdere. Il modo migliore per difendersi è fregarsene. E poi lui parla e basta, quelle cose non le pensa veramente. Le dice solo per ferire, lo so che non è una scusante ma almeno…- Non poté finire la frase che il telefono squillò.
Gracia si fermò con lo sguardo a contemplare il fratello appoggiato al bracciolo del divano, la fronte alta e aggrottata, i capelli scuri, del colore del cioccolato fondente, morbidi e voluminosi boccoli che addolcivano gli zigomi alti. Gli occhi erano castani, a volte, a seconda della luce, parevano grigio scuro, metallici, ma mai freddi o duri. Le mani, la sinistra reggeva il cordless, non curate, le unghie mangiucchiate e tinte di nero, con lo smalto rigato e rovinato. I polsi sottili, scarni, come unico abbellimento un sottile nastro scuro, sbiadito, forse nero. Gracia non sapeva che un nastro gemello circondava il polso, o forse il già scheletro, di un ragazzo dormiente (per l’eternità, glaciale e maledetta eternità. Nostra signora Morte…) sotto tre metri di terra, lombrichi, radici, erba e fiori.
- Era Jean. Hanno riaperto il Flowers.- Commentò infastidito Dave poggiando il telefono sul ripiano del televisore.
- Davvero!? Che bello! Non sei felice?- Esclamò, sorridendo radiosa, Gracia.
- Stasera a partire dalle dieci lo inaugurano. Siamo invitati a presentare la serata, magari suonare qualcosa.- Poi notando l’espressione confusa della sorella aggiunse. – Elias, Rob ed io. Ma se vuoi puoi venire anche te, non sei troppo piccola. Ah, e no, non sono felice, il Flowers appartiene al mio passato, la sua musica rimane la colonna sonora delle mie notti, dei miei pianti e delle mie passioni, ma quel locale no. Sto cercando di cancellarlo.-

Elias, prima di tornare a casa, fece un salto in un supermercato per comprare una confezione di tinta nera, la lacca extraforte e un pettine dai denti stretti. A casa salutò velocemente Dave e Gracia, apprese la notizia della riapertura del Flowers e si fiondò in bagno per darsi una sistemata. Evitando di indugiare troppo con gli occhi sul suo volto stravolto, tagliò, definitivamente, i capelli ai lati. Ciocche biondo argentato cadevano e si attorcigliavano nel pavimento di freddo marmo come fili di vite, di vita. Poi sorridendo sinistramente, tinse i capelli sulla nuca, l’acqua nel lavandino di macchiò di nero puro, senza possibilità di luce blu o rossiccia.
Dopo essersi asciugato i capelli, e dopo aver messo nella radio Tell Tail degli Specimen, cotonò i restanti capelli in un’alta e voluminosa cresta nera. Successivamente ad aver vaporizzato una quantità industriale di lacca sulla capigliatura, afferrò del fondotinta bianco lo strofinò sulle labbra fino a rendere invisibili le labbra sottili ed eliminò dagli zigomi le piccole efelidi caffellatte. Scurì il contorno occhi con del pesante ombretto nero. Metamorfosi ragionata e attinente alle caratteristiche psicologiche di quell’inutile spreco di carne, pensava Elias. Aveva voglia di mutare, di rendere una specie di coerenza tra corpo, immagine, essere e mente. Voleva aggiungere una sensualità malata, horror, glam e gotica al suo corpo.
- Ma cosa hai fatto…- Chiese spalancando gli occhi Gracia, Elias era entrato in salotto con degli attillati pantaloni neri, dei winklepicker neri con le fibbiette argentate, le braccia fasciate in delle calze a rete smagliate e bucate, una maglietta nera sbiadita con le maniche tagliate, un collare borchiato al collo con appeso al d-ring centrale un crocifisso. E poi la cresta imponente, corvina, non lucida e piena di gel, ma invece sfilacciata, cotonata e i capelli ai lati corti, ancora biondi. Spettrale, violento, con un sorriso beffardo sopra le labbra.
- Degno di Johnny Slut, nevvero?- Le domandò il cantante stravaccandosi su una poltrona e incollando le labbra al collo di una bottiglia di birra.- Aww… e stasera riapre il Flowers, senti, Dave, stasera hai voglia di suonare? Magari solo il sintetizzatore, potremmo salire sul palco, se non lo hanno tolto, e suonare qualche nostro pezzo e qualcosa dei Sex Gang Children, degli Specimen… roba da Batcave. Qualcosa mi dice che ci sarà da divertirsi. E… hai avvertito Rob?-
- Oh, certo, lo sa da prima di te. Ma, Elias, sei sicuro di volerci andare? Insomma, è da tantissimo che è chiuso. Non conosci più molta gente di quel posto, cioè, ci saranno sicuramente Jean, Krista, Aaron, Ollie, Johnny, Andy. Ma poi? Tutti gli altri dove sono finiti? I Sex Six sono nel Regno Unito, quel tuo amico… lo scrittore, Stéphane, che fine ha fatto? Sparito nel nulla.- Borbottò triste Dave.
- Joshua! Nicola! June, Alice! Non sono spariti tutti. Loro sono ancora miei amici… Oh, ti prego non mi guardare così. Mica è colpa mia se ho solo diciotto anni, capisci, non sono onnipotente. Ho bisogno di svago, sono ancora un teen-ager.- Gli rispose sorridendo Elias, poi, guardando la ragazza, aggiunse. - Hey, Gracia, se vieni ti mostro dei vestiti che dovrebbero essere della tua taglia, per stasera, e poi sistemiamo quei capelli, a quanto pare ci so fare con la lacca! -
- E’ vero, tu sei innocente, è colpa mia se mi sono innamorato di te, ragazzino!- Gli urlò dietro, in tempo, visto che Elias, richiudendo la porta di camera gli fece una linguaccia.
Gracia fissava pensosa un cumulo di vestiti sul letto di Elias, magliettine interamente di rete, magliette larghe con le maniche tagliate di satin nero, pantaloni attillati con lacci e d-rings, classiche t-shirt con frasi oscene e blasfeme stampate sopra, pantaloni di pelle usurati e un modello nuovo ancora lucido. E poi una giacca di pelle, una giacchetta con i bottoni doppi lunga fino alle ginocchia di vellutino leggero, e poi un paio di scarpe con la punta allungata e un po’ di tacco. Abiti sensuali, maglie di pizzo, collari, apparivano sobri ed eleganti grazie alla monocromia corvina.
- Ma quindi tu non sei mai, mai, mai, e poi mai stata al Flowers?- Le chiese l’ex biondino scrutando il suo nuovissimo taglio di capelli.
- Oh, no, cioè, sapevo della sua esistenza, però Dave non me ne ha mia parlato direttamente, quindi credevo che non volesse portarmici. Com’è? E’ così tremendo? Vorrei conoscere un po’ la sua storia, se stasera mi fanno delle domande?-
- E perché dovrebbero? Comunque ha aperto nel 1997, si trova nella zona industriale e si estende in dei sotterranei, è molto strano come locale, non ha la classica forma rettangolare ma è come un labirinto, dove è piacevole perdersi, sempre pieno di fumo, quello fatto con il ghiaccio secco, e luci gli filtrano attraverso, creando ombre e luci, chiari e scuri, nei visi spersi dei giovani della notte. Poi ha chiuso l’anno scorso, e stasera riapre…- Disse atono Elias.




CITAZIONE (AleRevenge @ 30/9/2008, 18:40)
ok ok ok. da ora cerco di rimettermi alla pari.
sono rimasta indietrissimo .___.
scusa Gine, a me piace un sacco questa ff *-*
cerco di rimediare :]

Oh, non è un problema.
Cioè, io sono peggio di te.
Era dal 31 Agosto che non scrivevo niente.
Però ho recuperato.



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Tomorrow I will be here again,
tomorrow I'll be here again,
be here again, be here again.
I am tired of tears and laughter
or what may come hereafter.
I am weary of days and hours.
Desires, dreams and powers,
although it makes me weep.
It is you, I wanna keep.
I wanna keep... ♥

 
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40 replies since 13/6/2008, 20:22
 

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